martedì 11 aprile 2017

TAVOLINETTO PER DUE - Racconto breve - 12/aprile/2017







Mario Scamardo

I Racconti del Borgo

Tavolinetto per due


     Quando il campanile della chiesetta del Carmine batte le diciassette in punto, al “Tea room Frizzy”, il bar più alla moda del rione, Annarosa e Mimì varcano la soglia, siedono al tavolinetto vicino alla grande finestra che guarda sulla strada, posano le loro borsette su una panchetta sempre con la stessa ritualità, poi aspettano che il cameriere raccolga le loro richieste, standosene accorte a non ordinare la stessa porzione di torta del giorno prima e, quindi, chiedono il loro the con latte e  cannella. Per un’ora parlano sommessamente del loro parrucchiere, dell’estetista, della ragazza che cura le loro mani e della modista che allestisce per loro elegantissimi cappellini. Di fronte al loro tavolinetto, con regolarità, alla stessa ora, tranne il venerdì, il cavaliere Spinelli, quasi sempre solo e rigorosamente in doppiopetto blu, con una minuscola Y tatuata sul polso sinistro, dopo averle ossequiato come solo un gentiluomo sa fare, beve due caffè e li accompagna con due biscotti all’anice, poi raccoglie il suo bastoncino da passeggio, saluta con un inchino le due donne e nessuna altra persona, calza il suo Borsalino e si avvia al “Circolo dei Civili”. Consumato il rito del the, raccolgono le loro borsette Mimì ed Annarosa e, via per una lunga passeggiata in una arteria cittadina piena di vetrine illuminate sempre a giorno. Due donne bellissime, occhi neri, grandi e luminosi quelli di Mimì, un po’ più chiari quelli di Annarosa, sorrisi smaglianti e pieni di fascino. A vederle assieme gli uomini vengono colti da imbarazzo, difficile scegliere, ambedue sono belle e piene di fascino. Le due ragazze sono amiche da tanto, lavorano nello stesso Ente, non si sono mai nascosto nulla, neppure i tentativi di approccio dei tanti spasimanti. Loro a volte parlano solo con gli occhi o con piccoli gesti, ed essendo ambedue da tanto tempo a contatto col pubblico, hanno sviluppato ed affinato un grande intuito. Un venerdì pomeriggio, proprio perché il cavaliere Spinelli disertava il bar, Annarosa chiese a Mimì se del cavaliere conoscesse più di quanto non sapessero assieme. Mimì inarcò le sopracciglia e accennò un sorriso:
- Cosa vuoi che sappia più di quanto non conosciamo già.
- Abita di fronte casa tua, in quell’attico meraviglioso da cui si vede il mare.
- Io, tranne la donna di servizio, non ho mai visto anima viva in quella casa, tranne, una volta ogni morte di papa, la sorella nubile, più grande di lui di almeno dieci anni che abita all’altro capo della città, quasi vicino al cimitero.
- Mimì, quando io andavo in prima elementare, lui era in quinta, anno più, anno meno, dovrebbe avere cinquant’anni.
- Si, domani controllo la sua data di nascita in ufficio.
- Mi sono sempre chiesta perché i venerdì rinuncia al the, ma soprattutto dove va, chi va a trovare?
- Andrà dalla sorella, avrà un’amante segreta, osserva il digiuno totale proprio il venerdì, ma perché ce lo chiediamo?
- Non è che stiamo diventando un po’ pettegole?....
Mimì sorrise, bevve ancora un sorso di the e guardò dalla grande finestra il transitare di un autobus stracolmo di persone:
- Annarosa, io ero grandicella, in età da ginnasio, e Lorenzo, così si chiama il cavaliere, a fine liceo, aveva delle attenzioni per me, passando davanti casa mia mi salutava, sorrideva, e poi sembrava mi carezzasse con gli occhi. Io ricambiavo con un sorriso e lui andava via lesto, scomparendo dietro l’angolo.
- E poi?
-E poi nulla, una mattina non lo vidi più passare e, chiedendo, qualcuno mi disse che si era trasferito in Svizzera, a Ginevra, per frequentare l’Università. E’ tornato nella casa che fu dei suoi genitori solo due anni addietro.
- Meno male che non sapevi nulla del cavaliere!
- Quello che so è tutto qui!
- Dobbiamo scoprire cosa fa o dove va il venerdì!
Mimì sorrise ancora una volta:
- Altrimenti ci coglierà l’insonnia!... Dobbiamo per forza comportarci da pettegole?... e sia!
Dal giorno successivo le due amiche organizzarono i loro venerdì, appuntamento non più alle 16.40 ma alle 16.00 e proprio davanti l’abitazione di Annarosa, passeggiata lentissima, senza perdere di vista il portone da dove sarebbe sortito Lorenzo Spinelli, anche perché sarebbe potuta entrare una donna che avrebbe potuto avere accesso a quell’attico da favola. Il primo venerdì passeggiarono in quel tratto di strada fino alle 18.00, ma nessuno varcò la soglia di quel portone né per entrare e neppure per uscire.
- Mimì, io penso che il cavaliere passi tutta la giornata fuori, forse va via di mattina e rientra dopo cena, oppure va via il giovedì sera.
- Lui parcheggia la sua auto nello stesso garage dove parcheggio io, giriamo l’angolo e controlliamo se la sua auto c’è.
Le due ragazze fecero ancora duecento metri, arrivarono al garage e Mimì con la scusa di prendere dalla macchina qualcosa, diede uno sguardo in giro, la Mercedes del cavaliere era parcheggiata, ed il cofano era freddo.
- Annarosa, o qualcuno lo preleva in macchina o l’ipotetica amante lo va a trovare a casa, e come ragione comanda, entra ed esce ad orari in cui nessuno può notarla.
- Mimì, ma esiste davvero questa amante?
- Scusami, ma se non ha un’amante, allora perché si assenta tutti i venerdì?
- E se andasse da sua sorella?
- A piedi è lontano, la sorella non l’ho mai vista guidare, altrimenti, quelle rarissime volte che viene, avrebbe parcheggiato in garage. Annarosa, da casa mia si vedono tutte le grandi vetrate dell’attico…
- Capito, per una settimana di fila verrò a cena a casa tua e osserveremo attentamente i movimenti all’interno di casa sua, nella speranza di scoprire qualcosa.
          Annarosa salutò Mimì, guardò l’orologio e si incamminò verso la piazza. Il mattino seguente le due ragazze si incontrarono sulla soglia del portone centrale dell’Ente in cui lavoravano, scoppiarono a ridere pensando al da fare che s’erano date la sera precedente e, per rimediare al fatto che non erano andate a consumare il loro the e la loro fetta di torta, si diedero appuntamento al bar per la pausa caffè.
          Mimì arrivò per prima nella saletta del bar dell’ufficio, si guardò attorno, solo il portinaio dell’Ente in compagnia di Giulio, il cameriere del Circolo dei Civili frequentato dal cavaliere Spinelli. Giulio era un personaggio in quel rione, lo conoscevano tutti e tutti gli affidavano piccoli servigi, ricompensati con qualche regalia, una raccomandata all’ufficio postale, i sigari dal tabaccaio, il pane dal fornaio e, talvolta il biglietto di uno spasimante all’amata o viceversa.
All’arrivo di Annarosa, Mimì la prese subito sottobraccio e le fece notare la presenza di Giulio, poi sedettero ad un tavolinetto ed ordinarono un cornetto alla crema di pistacchio tagliato in due e due caffè.
- Mimì, e Giulio?....
- Non parlare che la sala è piccola, appena usciamo ti dico cosa mi sta passando per la mente, godiamoci il nostro cornetto ed il caffè, poi, sul terrazzo, mentre ci fumiamo la nostra sigaretta parleremo di Giulio.
           Giulio aveva un cognome, si chiamava Bologna, e come tutti i trovatelli aveva un nome di città che le suore, venticinque anni prima, gli avevano dato quando lo ricevettero neonato attraverso la “rota degli esposti”.
          Consumarono il loro caffè le due ragazze, passarono dalla cassa e si diressero in terrazzo per accendere una sigaretta.
- Annarosa, amica mia, Giulio è il cameriere del Circolo dei Civili, lui conosce gli intrighi di tutta la cittadina, vuoi che non sappia anche quelli del nostro amato cavaliere?
- Mimì, Giulio è disposto a tradire i piccoli segreti dei suoi “clienti”?....
- Scusami, siamo ancora avvenenti? ….Giulio vive di piccoli servigi, ma non è scemo!
- Tu cosa vorresti fare, andare a cena con Giulio?
          Le due ragazze scoppiarono in una risata fino alle lacrime, poi Annarosa:
- Mimì, lo contattiamo per un paio di commissioni; che so, tu lo mandi a ritirare a casa mia un oggetto, io lo manderò a casa tua per portarti l’ultimo libro che ho comprato, bene avvolto in carta da regalo, ognuna di noi lo ringrazia con una banconota da 20 euro  e…. chiederemo qualche notizia sul cavaliere, gli regaleremo qualche sorriso e vedrai che, sui venerdì di Lorenzo Spinelli, verremo a capo anche di notizie che non ci servono.
           Stranamente, sabato, Lorenzo Spinelli disertò il suo appuntamento con le due tazzine di caffè e i biscotti all’anice al “Tea room Frizzy”. Domenica non si presentò neppure! Strano, molto strano, il cavaliere era un metodico, doveva essere fuori, oppure stava a letto ammalato. Mimì e Annarosa passeggiarono tanto davanti al Circolo dei Civili, fino a quando non incrociarono Giulio che tornava dall’edicola con una rivista per uno dei soci del circolo. Annarosa, fece un gesto con una mano, poi lo chiamò:
- Signor Giulio…
          L’uomo si fermò:
- Mi ha chiamato, signorina?...
- Si, desideravo chiederle una cortesia; domani, dopo pranzo la mia amica, la signorina Mimì, deve mandarmi un pacchetto a casa, lei sa dove abito, essendo impossibilitata ad uscire di casa, lo affiderebbe a lei per farmelo recapitare.
- Certo, signorina, conosco dove abita, e so do abita la sua amica, proprio di fronte alla casa del Cavaliere Spinelli.
- Giusto! Allora quando vuole mi suoni il campanello, io le aprirò il portone e le consegnerò il pacchetto, magari lei concilierà questa piccola cortesia con un servigio che farà al Cavaliere….
- No, signorina, il Cavaliere non si vede da tre giorni, sono tre giorni che non gli faccio la spesa, sarà andato, come tutti i venerdì al convento dei domenicani a San Martino, ma lì rimane soltanto fino al vespero, poi ritorna a piedi per fare penitenza.
- Scusi, Giulio, perché il cavaliere fa questa penitenza, cosa deve farsi perdonare?
          Giulio si portò la mano alla bocca:
- Mi è scappato, non avrei dovuto dirlo!
- Noi non siamo curiose, io proprio no, tu sei curiosa Mimì?
- Per nulla!... però questa penitenza che gli è imposta mi ha reso irrequieta! … Annarosa, e a te?
- Non pensiamoci!... Signor Giulio, noi andiamo via, la mia amica l’aspetta domani dopo pranzo.
          Le due ragazze si avviarono a passo lento verso la piazza, attesero che Giulio imboccasse l’uscio del circolo, poi Annarosa:
-  Mimì, vedi tu il cavaliere che vita complicata che si ritrova…
-  E noi che pensavamo ad una amante segreta, ai suoi segreti amorosi, invece te lo ritrovi che si reca di venerdì a far penitenza e magari il digiuno dai frati benedettini!
- Mimì, che abbia un grosso peso sulla coscienza?
- Annarosa, domani appena arriva Giulio per ritirare il pacchetto, che gli consegnerò assieme alla regalia di 20 Euro, saprò io come farmi dire almeno una parte del mistero che circonda Lorenzo Spinelli, lasciami tirare fuori uno dei miei sorrisi misti a commozione e vedrai che qualcosa verrà fuori. Intanto se stasera vieni dopo cena, ci ammiriamo dalla mia cucina le grandi finestre illuminate dell’attico del cavaliere. Ti aspetto, ti faccio trovare dei croccanti con la panna.
     Le due ragazze si separarono per rivedersi dopo cena a casa di Mimì. A casa, l’ultima scatola di cioccolatini ricevuta il giorno prima, diede l’idea a Mimì per confezionare il pacchetto da mandare con Giulio l’indomani. Ad Annarosa piacevano molto i cioccolatini, specie se erano dei Baci Perugina, ma bisognava cambiare la carta e conservare il segreto con l’amica.
          Dopo cena, le luci della cucina di Mimì si spensero, accanto al balcone che guardava l’attico del palazzo di fronte due comode poltrone e, su una sedia, un vassoietto con dei croccanti ricoperti di panna. Si vedeva pochissimo, ma con una cadenza regolare, si vedevano le ombre di una coppia che ballava sulla enorme tenda ad una vetrata, poi scompariva per riapparire nuovamente ad intervalli regolari. Fu facile per le due ragazze capire che erano le sagome di una coppia di figurine da carillon. Nessun movimento, nessun’altra ombra, nessuna luce che si spegnesse o si accendesse, ed intanto il vassoietto dei croccantini alla panna era ripulito del tutto. Le ragazze si alzarono, sistemarono alla meglio le poltrone e accesero la luce. Annarosa, con un pizzico di delusione:
- Mimì, ci è andata buca!
- Annarosa, di questo passo, un croccantino dietro l’altro, un cioccolatino dopo l’altro, la bilancia appena ci vede fugge via!
          Annarosa raccolse la sua borsetta ed il suo soprabito e scese le scale per recarsi all’automobile posteggiata davanti il portone.
          Alle tre del pomeriggio dell’indomani, Giulio va a ritirare il pacchetto da consegnare ad Annarosa. Si intrattiene sul pianerottolo con Mimì per più di un quarto d’ora, intasca la banconota e prima di andar via:
- Signorina, la prego, però non se lo lasci scappare, è il quinto giorno che il cavaliere non mi chiama, non viene al circolo e non fa la spesa. Giovedì scorso l’ho accompagnato in banca, credo abbia prelevato una grossa somma, in più ha ritirato il contenuto di una cassetta di sicurezza, mi ha detto che erano documenti riguardanti le sue proprietà e quelle della sorella, io invece credo fossero i gioielli di famiglia. Due ore dopo si è recato al convento e da quel momento non l’ho più visto.
          Giulio si girò su se stesso e a capo chino inforcò le scale ed uscì per strada.
          Alle diciassette in punto, proprio quando il campanile della chiesetta del Carmine batté le ore, Annarosa e Mimì sedettero al solito tavolinetto, ordinarono the e torta al limone e disquisirono sul racconto di Giulio. Ambedue, guardando dalla grande finestra, si accorsero che Giulio, aveva le borse della spesa e un pacchetto confezionato da una farmacia. Si guardò attorno, poi prese la direzione della casa del cavaliere. Le due ragazze pagarono in fretta il conto, poi si misero sulle tracce di Giulio e, tenendosi a debita distanza lo seguirono fino all’androne del palazzo del cavaliere. Attesero un bel po’ prima di vedere uscire dal portone Giulio che si recò in garage, si avvicinò alla Mercedes, aprì il cofano e prelevò un pacchetto incartato della grandezza di una scatola di scarpe da uomo; richiuse il cofano e si incamminò verso il centro. Le due ragazze capirono poco, ma ebbero la certezza che il cavaliere era a casa, forse in compagnia o forse da solo, le bamboline dei carillon, finita la carica si fermano, per ripartire qualcuno deve ridare la carica!
          Il pomeriggio seguente, prima di accedere alla ritualità del the pomeridiano al “Tea room Fritzy”, Mimì e Annarosa bloccarono Giulio davanti al circolo, Annarosa:
- Scusi, Giulio, solo una domanda.
- Prego signorina.
- Ascolti, non le chiederemo nulla, ma una risposta può darcela, chi dà la carica al carillon di casa Spinelli?
          Giulio divenne serissimo, i suoi occhi si velarono di commozione, poi guardò fisso negli occhi prima Mimì, poi Annarosa, quasi balbettando:
- Come l’avete scoperto…. solo io la vedo tutti giorni, io e il cavaliere….. è mia madre!... si, mia madre, la cameriera di casa Spinelli che si era innamorata perdutamente del cavalier Lorenzo, si, mio padre…. che per ordine di sua madre, quando venni al mondo, mi portò di notte alla “rota degli esposti”, allora divenni trovatello e mi imposero il nome della prima città che venne in mente alla madre superiora, Bologna. Morì mia nonna che mi vide vivere negli stenti, quasi godeva a veder soffrire mia madre perché ero senza le scarpe, io per lei rimasi il frutto del peccato e, soprattutto, la loro vergogna! Alla sua morte, il cavaliere, in confessione con l’Abate benedettino, si impegnò ad espiare il suo peccato, riprese a casa mia madre ed osservò il digiuno e la meditazione per tutti i venerdì della sua vita. Mia madre, quasi perse il senno, ha appena cinquant’anni, è una donna bellissima, Il cavaliere vuole portarla via con se in Ungheria, proprio la terra di sua madre,  la contessa Anasztázia  Farkas e ricominciare con lei una vita. Il carillon fu l’unico regalo che mia madre ricevette da mio padre quando si accorse di aspettare un bambino, la musica le ricorda i momenti più belli, a intervalli regolari gli da la carica e fa ballare la coppietta di figurine.
          Annarosa e Mimì non ebbero parole, quel racconto-confessione di Giulio le aveva ammutolite e, quasi, si vergognavano di avere indagato su un piccolo grande dramma.
- Signorine, debbo chiedervi solo una cortesia, quella di rispettare la consegna del silenzio fino a domani al vespero, il tempo giusto di consumare il vostro the e l’aereo, alle 18.00 in punto si solleverà da terra per raggiungere Budapest, due ore dopo un amore contrastato ritroverà la luce che meritava. Io rimarrò qui, continuerò ad essere Giulio, il cameriere del Circolo dei Civili, mi adopererò in piccoli servigi, curerò l’attico ed attenderò che mi si dica di andare a trovarli e, senza pregiudizio alcuno, potere caricarmi del loro calore.
          Giulio sbottonò il polsino sinistro della sua camicia, tirò un po’ su la manica e mostrò alle due donne la sua Y tatuata sul polso sinistro, si, come suo padre!
          Annarosa e Mimì, che erano due persone perbene, furono colte da commozione e le loro guance furono solcate da copiose lacrime, senza che ciò sminuisse lo splendore dei loro occhi e i loro smaglianti sorrisi. Mimì, timidamente si avvicinò a Giulio, prese la sua mano, la strinse fortemente, poi:
- Scusaci, buona fortuna e… che Dio ti assista e ti renda giustizia….
          Annarosa non parlò, ma i suoi occhi parlarono per lei, poi:
- Mimì, quasi mi vergogno per avere indagato sulla vita privata del cavaliere, ma soprattutto su quella di Giulio. Non ce ne siamo rese conto, ci stavamo facendo prendere la mano e, come novelle Poirot abbiamo indagato, o, forse, abbiamo esagerato nell'essere pettegole.

 Il giorno seguente, alle cinque, al “Tea Room Frizzy”, le due ragazze sedettero al solito tavolinetto e notarono che al tavolino dove sedeva il cavaliere c’era una coppia di fidanzatini, mai visti prima, che consumavano due caffè e dei biscotti all’anice….



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sabato 4 marzo 2017

IL DIAVOLETTO DEL CAMPANILE - Favola per adulti e piccini - 04/marzo/2017





Il diavoletto del campanile

(Tratto da “Il Favoliere”   di Mario Scamardo e Sara Riolo – Ediz. ila palma)





     Nella vecchia cappella delle Anime Sante a San Cipirello, da centinaia di anni, nessuno aveva aperto la botola che c’era al centro del pavimento, nessuno s’era calato giù tra le migliaia di corpi mummificati, deposti con ordine nel sepolcreto sotterraneo. Il silenzio vi imperava sovrano, l’unica cosa che tremolava era la fiamma della candela che un visitatore solitario teneva in mano attraversando il cunicolo buio. C’erano due diramazioni, che culminavano con due porte murate in mattoni pieni.
     Non fu meraviglia per il visitatore, uno studioso del periodo post-arabo, non si meravigliò neppure quando alle pareti, sotto la luce della tremolante fiammella, intravide una serie di nicchie e sotto di esse i colatoi. Qualcosa accomunava quel posto alle catacombe dei Cappuccini di Palermo..
     Percorrendo i cunicoli a ritroso avvertì un rumore alle spalle, si girò, scrutò nella penombra. Tutto era immobile. Proseguendo il suo cammino sortì fuori dalla botola col cero in mano ancora acceso, spense la candela e ripose il coperchio, una pesante lastra di marmo con al centro un grosso anello per maniglia.
     Lo studioso era un bell’uomo di mezza età, una folta barba grigia e due sopracciglia ispide, si accompagnava ad un giovanotto che lo chiamava professore e portava con sé una grande borsa di cuoio traboccante di carte, non una parola tra i due, soltanto un cenno con gli occhi e insieme infilarono il portone, guadagnando l’uscita.
     Troppi misteri in quella cappella, la gente che abitava nei pressi aveva notato parecchie volte le luci accese in piena notte, ma tutti ne avevano addossato al sacrista, troppo avanti negli anni, colpa e sbadataggine. Quello che era strano erano i rintocchi dell’unica campana penzolante da un vecchio abbaino in mattoni, adattato a campanile. Il batacchio era lì, senza cordicella, nessuno ricordava di avere mai visto il sacrista salire in cima all’abbaino, ma i rintocchi, ben scanditi, rompevano il silenzio soprattutto di giorno. Nessuno seppe mai spiegarsi quello scampanio ed ognuno si inventò un santo mattacchione, uno spiritello capriccioso, un topo saltimbanco, gioioso di dondolarsi attaccato al batacchio.
     L’area su cui era sorta la chiesetta, in tempi remoti, era stato un avamposto per il pagamento dei tributi all’Arcivescovado di Monreale, ma ancor prima, in periodo arabo, fu un caravanserraglio, un fondaco dove le carovane si fermavano per ristorarsi ed era possibile trovarvi alloggio per muli, asini e cavalli e poterli abbeverare ad una fontana che zampillava copiosamente al centro di un largo spiazzo. Essendo stato posto di ristoro, era stato anche posto di divertimenti, di gozzoviglie, di giochi d’azzardo, dove non mancavano i ladri, i bari e gentaglia del genere.
     Si racconta che, una sera, in una stanza del fondaco si riunirono alcuni malviventi per rapinare tutte le bestie e mercanzie. Fu una notte di terrore, i mercanti avvertiti da una spia, prima che i malavitosi potessero compiere i loro misfatti, ben nascosti sotto i porticati e dietro le colonne, ebbero ragione di ladri e malfattori, sgozzandoli con le loro scimitarre. Mille urla squarciarono il silenzio. Quando l’ultimo malvivente cadde, l’aria diventò acre e irrespirabile. Naccalone, il diavolo più grosso dell’inferno, a capo di uno stormo di demoni, squassando grosse catene, si abbattè sui corpi ancora sanguinanti, legò le loro anime nere e le trascinò giù nell’inferno. Caccabrino, il diavolo più piccolo dell’inferno, non più grande di una gazza, fu colto dalla curiosità e giunto sul posto dell’eccidio si incantò davanti a un somarello appena nato, tanto da non accorgersi che i diavoli con cui era venuto erano già andati via col loro pesante bottino, le anime incatenate dei malvagi.
     Caccabrino era un diavoletto buono, provò a ritrovare la via per ritornare all’inferno, ma fu tentato di rimanere sulla terra a giocare, si adagiò accanto al somarello per un riposino.
     Passarono i giorni, i mesi, gli anni e i secoli, il piccolo diavolo assistette alla distruzione del vecchio fondaco, alla costruzione del banco per la riscossione dei tributi e all’opera dei monaci che edificarono la cappella. Quanta gente aveva conosciuto! Ma non resisteva al desiderio di veder giocare i bambini e di godere dei loro sorrisi, che lo facevano impazzire. Lui, in un cantuccio ben nascosto, assisteva ai loro giochi, all’innocenza dei loro gesti, alla semplicità dei loro sorrisi. Era tanto affascinato dai fanciulli che talora provava le loro stesse sensazioni, sentiva i morsi della fame, batteva i denti dal freddo e si asciugava gli occhietti vispi quando essi piangevano. Una piccola coda biforcuta, due cornetti rossi sulla fronte e due alucce come un pipistrello, raccolte dietro la schiena.
     Quando fu terminata la chiesetta, pensò di doversene andar via, ma non ebbe il coraggio di allontanarsi. Tutti i giorni stuoli di marmocchi erano attorno alla chiesa. Altrove, forse, non c’erano bambini e pensò a quale vita sarebbe stata la sua se non l’avesse vissuta accanto ai fanciulli. Salì su in cima alla torre, dove c’era la campana, e si sistemò nella rientranza di un architrave.
     Gli inverni si alternarono alla bella stagione, Caccabrino aveva già perso l’istinto di tentare i suoi amichetti a far marachelle e a comportarsi da monelli, e tutte le volte che qualcuno di loro compiva una buona azione, si attaccava al batacchio e si dondolava fino a far rintoccare la campana.
     La gente che passava guardava l’uscio serrato della cappella e rivolgendo gli occhi alla campana scorgeva il batacchio dondolante senza cordicella, si segnava o faceva scongiuri e si allontanava scuotendo il capo. Solo i bambini festanti battevano le mani e gioivano per quel suono.
     Un giorno un fanciullo si staccò dal gruppo dei coetanei e si diresse al portone della cappella; il battente era solo accostato e lo spinse, entrò in punta di piedi e dritto dritto raggiunse la botola al centro del pavimento, si chinò per sollevarne il coperchio ma non ebbe la forza.
     Caccabrino, incuriosito, si alzò e saltò giù sul pavimento; il bambino non fece trapelare meraviglia o paura. Davanti a quell’esserino cornuto e con la piccola coda, allungò la mano, lo colse da terra e lo interrogò: << Chi sei? Io ti vedo tutti i giorni sul campanile.>>
     Caccabrino non ebbe risposta, era la prima volta che qualcuno gli parlava, i suoi occhietti brillarono nella penombra e la sua coda biforcuta si mosse come quella dei cagnolini che fanno le feste.
<<Come ti chiami?>> Riprese il fanciullo.
Timidamente il diavoletto rispose con un filo di voce: << Caccabrino. Ma tu non hai paura di me?>>
     <<Perché dovrei aver paura? Tu sei mio amico, nessuno dei miei compagni ti ha mai visto, io soltanto ti vedo dondolare sulla campana, ma tutti ci riempiamo di gioia quando ne sentiamo il suono.>>
     <<Tu come ti chiami?>> chiese Caccabrino.
     <<Arturo>>, rispose prontamente il ragazzo. <<Sono curioso di sapere cosa c’è sotto questo coperchio, tutti parlano di misteri, ma la fantasia dei grandi serve solo a non far capire a noi piccoli qual è la verità.>>
     <<I grandi hanno una spiegazione per tutte le cose,>> replicò il diavolo, <<generando nei fanciulli paure e timori. Anche da grandi non riescono a smaltire i loro pregiudizi e non si accorgono che spesso mentono a loro stessi pur di giustificare il loro operato.>>
     Arturo ascoltò con interesse, poi chiese: <<Come si chiama la tua mamma?>>
     Caccabrino chinò il capo, gli occhietti diventarono tristi, gli si afflosciarono le orecchie e la coda. Con voce mesta rispose: << Non ho mai avuto la mamma, a me è stato negato questo privilegio di cui godete voi bambini, ma da secoli desidero che una mano amica mi accarezzi e mi faccia sentire una sola volta bambino.>> Due lacrimucce gli solcarono il viso.
     Arturo gli si accostò e lo baciò sulla piccola guancia, poi lo posò a terra. <<Devo andar via, la mia mamma sarà in pensiero.>> Aspettò che il diavoletto raggiungesse il buco del campanile e tirandosi dietro la porta andò via.
     L’indomani arrivò per primo sul sagrato. Non era mai arrivato da solo prima, non attese i suoi amichetti per giocare e correre attorno alla chiesa, spinse il grande portone, lo riaccostò dietro di se, alzò gli occhi verso il buco che portava al campanile ma non scorse il suo amico diavoletto. Pensò allora che dormisse ancora e portatosi sulla botola, afferrò l’anello del coperchio e tentò di sollevarlo. Quell’enorme lastra di marmo era troppo pesante, ma il ragazzo riprese fiato e tentò invano ancora un paio di volte, poi si diresse verso l’altare polveroso, alzò gli occhi verso la statua della Madonna col Bambino posta in fondo all’abside, tirò fuori dalla tasca una trottola e la posò ai suoi piedi, poi sottovoce: << E’ per Caccabrino, te la lascio in custodia, lui non ha la mamma, nessuno gli ha mai voluto bene.>> Chinò il capo e pian piano guadagnò l’uscita. Fuori , i bambini avevano cominciato i loro giochi di sempre e sul batacchio della campana non c’era il diavoletto a dondolarsi.
     Era passato gran tempo. La porta della chiesa si spalancò ed entrò lo studioso barbuto del periodo arabo, che aveva visitato già una volta i sotterranei della cappella. Aveva con sé una grossa torcia elettrica e dalla borsa di cuoio tirò fuori un grosso quaderno e una matita, sollevò il coperchio di marmo, lo accostò al muro, accese la torcia e si calò giù per la scaletta.


     Il silenzio regnava sovrano e i corpi mummificati rimanevano immobili, sistemati in quel grande sepolcro comune. Il sapiente studioso scrutò ogni angolo, appuntò sul suo quaderno parecchie cose, poi, alla biforcazione dei corridoi, sentì un rumore e ascoltò attentamente per percepire meglio. Il rumore gli arrivava chiaro alle orecchie, un suono che gli era amico e gli ricordava qualcosa del suo passato. Tornò indietro, si fermò e trattenne il respiro quando il fascio di luce della torcia puntò una trottola che girava sul pavimento.
     <<Arturo,>> disse una vocina tremolante, poi ripetè: <<Arturo, sono io, Caccabrino.>>
     L’uomo dalla barba brizzolata rimase di ghiaccio, gli tremarono polsi e gambe, il suo amico diavoletto era ancora lì, giocava con la sua trottola, si riebbe per un attimo e chiamò: <<Caccabrino, amico mio…>>
     Il diavoletto dagli occhietti dolci fermò la trottola e volò sul braccio di Arturo, poggiò la testolina sulla manica della giacca e mosse la codina per manifestare la sua gioia. Arturo puntò la torcia verso l’uscita e quando furono fuori il diavoletto volò sulla sua spalla e lo baciò sulla guancia.
     <<Arturo,>> disse Caccabrino, <<ti ho atteso quasi cinquant’anni, sapevo che dovevi ritornare, ho trascorso tutto il tempo a girare la trottola che mi hai donato e a suonare la campana per allietare i bambini sul sagrato.>> Poi, indicando la statua della Madonna col Bambino: <<Quella signora mi ha consegnato il tuo giocattolo, ed io tutte le sere lo ripongo ai suoi piedi affinché lo custodisca; a me è stato negato di avere una mamma, ma ho capito dal suo sguardo che un giorno anch’io avrò lei come madre.>>
     Arturo, commosso, lo accarezzò dolcemente e vide i suoi occhietti inumidirsi.
     <<Perché>>, chiese l’uomo al diavoletto, <<ti sei rintanato nel sotterraneo? Come hai fatto ad entrare?>>
     <<Sappi, mio buon amico, che noi diavoli possediamo una grande forza, e quando tu, fanciullo, tentavi di aprire la botola, io non volli mai aiutarti, eri solo un bambino che voleva interessarsi delle cose dei grandi. Sappi che c’è un tempo per tutte le cose, un tempo per nascere, un altro per crescere e giocare, un tempo ancora per imparare e saper discernere, poi c’è un tempo per insegnare, e quando tutto è compiuto, c’è anche un tempo per morire. Tu allora eri nel tempo dei giochi; aiutarti ad aprire la botola sarebbe stato come aiutarti a rubare alla tua vita un pezzo della tua naturale crescita. Io continuo tutti i giorni a suonare la campana per allietare i giochi dei bambini e far sì che la loro gioia sia completa: nessuno deve turbare la loro serenità, i giovani sono la vita. Poi, da grandi, è giusto che ognuno apra la propria botola e scopra come il cammino dell’uomo culmini nella pace di un sonno eterno, in attesa della resurrezione. Solo il candore dei bimbi non turba il sonno dei morti, ed io di notte, quando i fanciulli giacciono tra le calde braccia delle madri, allieto il sonno dei morti col fruscio della trottola…>>
     Arturo ascoltò estasiato e poi chiese: <<Ma tu, anche se buono, sei sempre un diavolo…>>>
     Caccabrino posò ancora una volta la mano sulla barba fluente, gliela lisciò teneramente, poi saltò ai piedi della statua della Madonna e disse: << Arturo, è lei che mi ha suggerito quanto ti ho detto, e più seguo i suoi consigli, più sento vicino il giorno in cui anch’io diventerò bambino e potrò chiamarla mamma.>> Il diavoletto volò verso il buco del campanile, saltò sul batacchio e si dondolò, facendo sentire il suono ridondante della campana. Fuori i bambini gioivano battendo le mani e urlando di gioia.



Che vi sia piaciuta o meno, lasciate un vostro commento, mi aiuterà a fare meglio, grazie!

sabato 14 gennaio 2017

DIAVOLI E TESORI - Piccolo narrato - 14 gennaio 2017



















Mario Scamardo


DIAVOLI   E  TESORI



         Tutte le leggende narrano di tesori nascosti in posti impervi, spesso antri tenebrosi dove si ascoltano sibili di serpenti, latrati di canidi, ululati di lupi, ruggiti di leoni o grida strazianti di fanciulle. A guardia del tesoro sempre un diavolo che tenta di impedire all’eroe di avvicinarsi, di trovare e prendere il tesoro. Tutte le storie si assomigliano ma, talvolta, il diavolo a guardia è diverso da come ce lo immaginiamo, talvolta si fa tentare dall’uomo e svela il suo segreto, facendo si che l’eroe raggiunga lo scopo e si impadronisca del tesoro, specialmente se l’eroe è un bambino o una giovinetta.  Si narra che spesso Naccalone, uno dei diavoli più grandi dell’inferno, andava in giro a vantarsi della supremazia, dovuta alla sua mole, su gli altri diavoli. Un giorno si imbatté, strada facendo, in un toro dalle corna possenti. Pensando che le sue corna fossero più resistenti di quelle del toro, lo sfidò in duello e nel combattimento perse un dente che, cadendo a terra, lievitò e diventò grande mille volte il toro. Naccalone stette a guardare quell’enorme picco di pietra e attese la punizione che Belzebù, che si era trasformato proprio in quel toro, gli avrebbe riservato:

- Naccalone, per punire la tua vanagloria e la tua immodestia, ti condanno a trascinare una grossa catena che sarà legata alla tua caviglia  e a girare, senza mai fermarti, attorno a questo picco, che voglio chiamare Pietralunga. Ora lo solleverò e vi depositerò sotto, ben nascosto, il tesoro degli Enotri che sono stati sconfitti in una atroce guerra dagli Elimi, i quali hanno occupato un terzo della Sicilia occidentale.
         Naccalone chinò il capo e cominciò lentamente a girare attorno al “dente del diavolo”, che qualcuno nel tempo chiamò “il pizzo di Pietralunga”!
         Del tesoro degli Enotri si parlò per lungo tempo, del diavolo guardiano anche. Quando qualcuno si avvicinava al “pizzo”, con l’intenzione di scavare un tunnel nell’argilla che conducesse sotto il grande masso, veniva scoraggiato da
l rumore dei pesanti passi di Naccalone e dal suono dell’enorme catena che il diavolo portava ad una caviglia. Furono tanti i tentativi che, girando attorno al “pizzo”, si notano decine di buche alla base si esso, che nel tempo ospitarono istrici, ricci, volpi e conigli. Una mattina di sole, una fanciulla passando da quel posto in compagnia della nonna che la portava a piedi a visitare il santuario di Tagliavia, fu incuriosita da quel grosso masso, unico blocco di calcare bianco con attorno campi fioriti. Chiese alla nonna di fermarsi e lo ammirò, notando che un omone si trascinava lentamente attorno al picco, portandosi dietro una grossa catena. Quando la fanciulla fù davanti al demone, questi si fermò perchè fu colpito dal suo sguardo innocente, tanto da disobbedire a Belzebù. La fanciulla si chinò e sciolse dalla caviglia dell'uomo la catena, poi fece un giro attorno al picco e quando arrivò dov'era partita, trovò davanti a se un bauletto pieno di monete d'oro, ma dell'uomo si era persa ogni traccia, solo si percepiva un acre odore di zolfo.
 
Ancora oggi passando, qualcuno si chiede che fine ha fatto il tesoro degli Enotri, e se la fantasia lo aiuta, si inventa un'altra storia.


Pizzo di Pietralunga

A Palermo, al castello della Zisa, edificio del XII secolo, risalente al periodo della dominazione normanna in Sicilia, vi è un dipinto posto nella Sala della Fontana, in cui sono raffigurati alcuni Dei dell’Olimpo ( Giove, Nettuno, Plutone, Giunone, Mercurio, Vulcano, Venere, Marte e altri), chiamati i diavoletti, la tradizione popolare li ha considerati i custodi di un immenso tesoro fatto di monete d’oro che sarebbe nascosto in un punto preciso dell’immenso palazzo. Due giovani amanti, Azel Comel e El-Aziz, costretti a scappare dopo che il sultano, padre della ragazza, si era opposto alle nozze, portarono con loro un enorme tesoro, fecero costruire da abili maestri muratori il castello. Il tempo trascorse e, uno dopo l’altra morirono i due amanti. Prima della loro morte, vedendo la fine imminente, fecero un incantesimo al loro tesoro e affidarono la protezione ai diavoletti dipinti sulla volta della Sala della Fontana. Credenza popolare vuole che i diavoletti spesso si mescolano tra di loro, cambiano di posto perché non gradiscono essere contati al fine di non rompere l’incantesimo. Qualcuno sostiene che, il giorno dell’Annunziata, fissandoli per un po’, muoverebbero le codine e storcerebbero la bocca. Anche lo storico Giuseppe Pitrè si occupò nel secolo scorso dei diavoli della Zisa di Palermo: “La difficoltà di contare esattamente i diavoli della Zisa è data dal fatto che alcune delle figure sono molto piccole e altre non intere, così c’è chi li conta e chi no”.






Castello della Zisa 
I diavoli della Zisa
 



         Gli ebrei chiamavano il diavolo, la quintessenza del male, Belzebù. Ebbene, stranamente, il significato letterale di Belzebù dice chiaramente che il potere del male è solo apparenza, inganno, illusione, menzogna e, in ultimo, pregiudizio. Nei fatti, Belzebù, tradotto letteralmente, è “signore delle mosche”, un epiteto che suscita il ridicolo, il patetico. William Golden, noto scrittore inglese e premio Nobel per la letteratura, a tal proposito, scrisse un libro di grande successo dal titolo “Il signore delle mosche”, dove è contenuta un’analisi serrata dei meccanismi psicologici inconsci  che mettono in moto il nostro falso ego e che prendono origine dalla paura dell’ignoto, dai bisogni primari di sopravvivenza e organizzazione sociale, in grado di soddisfare questi bisogni nel modo, apparentemente, più economico, ovvero, con la violenza e l’esclusione dell’altro da Sé. Come conseguenza, assurdi sacrifici ad altri “signori delle mosche” e agli archetipi delle nostre paure inconsce. In ultimo, con la persecuzione del diverso, di colui che non accetta le regole piramidali di una società che spesso e volentieri semplifica e soddisfa i propri bisogni con la violenza.
         Si narrava nel secolo scorso, che in una segreta del Castello di Venere ad Erice, una nobildonna che vi era stata rinchiusa, aveva nascosto un tesoro fatto di tre preziose gemme, che avrebbe staccato dal diadema di una principessa del Catai, l’antica Cina. Anche qui un sortilegio, il signore delle mosche avrebbe assunto il compito di stare a guardia del tesoro, dissuadendo chi avrebbe voluto venirne in possesso, con dei rumori provocati dai mazzamurello. Caratteristica precipua dei mazzamurello  è il produrre  rumori all'interno delle abitazioni per manifestare la loro presenza a quanti avessero intenzioni cattive. L'etimologia del nome di queste entità viene fatta derivare popolarmente proprio dai termini "mazza" (colpo) e "murello" (mura), per indicare la sua abitudine di battere contro le pareti e scoraggiare chiunque con rumori di qualunque genere, orci che si rompono, piccoli tuoni, fischi e stridii.
         Nel tempo, la tradizione fiabesca popolare ha determinato che, la presenza di un Mazzamurello in casa indichi la prossimità di un tesoro, un pericolo imminente per uno degli abitanti o, più spesso, un messaggio di un caro defunto che cerca di comunicare con i vivi: annunci di presagi, numeri da giocare al lotto, pietanze da evitare per non avere malanni, ecc..

Diavoli
Mazzamurelli

Le leggende ci fanno ritornare indietro nel tempo?.....
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